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“Visioni ravvicinate e spazi della relazione” di Emanuela De Cecco.

Tratto da “Donne d’arte. Storie e generazioni” a cura di M.A. Trasforini
2006, Meltemi editore, Roma.


In una stanza vuota le pareti bianche sono attraversate da cinque file parallele di disegni di tratto differente. Sono stati realizzati nei giorni precedenti l’apertura della mostra da altrettante persone coinvolte da Rebecca Agnes. Cinque persone in una stanza che leggono un libro (2002) sono le tracce di libri letti trasposti in disegni, è un lavoro che testimonia uno scambio avvenuto fuori campo….
Questo intervento, realizzato in occasione della mostra collettiva Lavori in corso curata da Roberto Pinto nel 2002, è un avvio destinato ad avere un ruolo significativo nel lavoro svolto successivamente dall’artista.
Cinque persone in una stanza…. configura infatti una possibilità interessante dell’agire artistico, dove un risultato finale apparentemente semplice nasce da una pratica capace di tenere conto di una serie di elementi complessi.
A questo proposito un primo punto di rilievo è dato dalla scelta di lavorare con il disegno. Da un lato, infatti, possiamo pensarlo come una forma espressiva elementare che comprende tanto i disegni dei bambini quanto gli scarabocchi realizzati durante una telefonata, dall’altra è un banco di prova dove secondo tradizione la capacità di un artista si mostra nella sua essenzialità.
Rebecca Agnes abita la distanza tra questi due estremi: se da un lato esercita una regia rigorosa, allo stesso tempo accoglie ciò che viene dai suoi “collaboratori” senza avere il problema di ricondurre il risultato finale a uno stile univoco, o più precisamente, considerando la molteplicità come un aspetto che non solo va salvaguardato, ma è essenziale per la realizzazione del lavoro. La relazione con l’altro si gioca infatti a partire dalla fiducia che sia possibile dire qualcosa con un disegno (un racconto, un desiderio, un punto di vista), a prescindere dalla capacità tecnica.
È infatti proprio nella tensione tra regia e perdita di controllo che questo lavoro prende una forma ogni volta sorprendente, una forma-dispositivo dove il lavoro appare come una conclusione provvisoria e non come l’esito di un processo terminato.

L’attitudine a stare in un processo aperto è presente anche in un lavoro realizzato nello stesso anno (Mappa), in occasione della mostra collettiva Mappe 02 da me curata presso la Saletta Comunale di San Pietro Terme. In quel caso l’artista sposta la sua attenzione dalla relazione con le persone alla relazione con i luoghi. Mappa è una carta geografica dove i luoghi presenti sono quelli che l’artista ha visitato di persona o quelli che provengono dall’immaginario storico o letterario, tutto il resto è assente. L’attenzione alla storia, alle storie, vere o frutto dell’immaginario, si amplia e si intreccia con la concretezza della geografia. In questo caso il procedere di Rebecca è solitario e, nella costruzione dell’immagine, la presenza nuova è il desiderio. Avere il mondo in mano è un privilegio per pochissimi, per pochi è un sogno, per la grande maggioranza è un’illusione. Di fatto ci accomuna il conoscere davvero i luoghi di cui abbiamo esperienza e il desiderio di poter andare altrove. È un desiderio che sbriciola i confini degli stati e non tiene conto di visti e passaporti, un desiderio dove la realtà e l’immaginario convivono fino a confondersi, sullo stesso piano. Anche Mappa contiene la possibilità di essere riveduto e aggiornato successivamente.

Ma è nella recente mostra personale tenuta da Rebecca Agnes in Viafarini nel 2004, che questo desiderio fantastico e concretissimo nello stesso tempo, convivono con l’apertura a un processo collettivo.
I due lavori esposti in quell’occasione, Le città che ci aspettano e Hanging Garden, 2004. Sono infatti nuovamente il risultato di un dialogo con delle persone vicine che l’artista ha interpellato e coinvolto per arrivare insieme ad un risultato. Nel caso del lavoro dedicato alla città, Rebecca Agnes ha disegnato delle planimetrie in relazione ai tratti personali di ciascun interlocutore. In un secondo momento, ha mostrato loro il lavoro svolto chiedendo che fosse ampliato e completato. Diventano così visibili non solo le indicazioni generiche ma i desideri e le passioni di ognuno. Sono in definitiva dei ritratti/autoritratti – dove le singolarità degli individui dicono qualcosa a proposito della loro relazione con la città vissuta.  All’installazione dei disegni realizzati, in mostra ce n’era una in più aperta agli interventi dei visitatori, un invito concreto a proseguire in questo gioco di reciproco rispecchiamento, a dare spazio alle proprie passioni e ai propri desideri…. Scrive a proposito di questo lavoro Rebecca Agnes: “Ho tentato di progettare qualcosa fatto su misura per ognuna di queste dieci persone, ma allo stesso tempo la città era lo specchio in cui rifletterle, in cui rivederle in forma di “ritratto” concreto e della superficie, era un po' come la casa in cui si abita, o i vestiti che si indossano o i libri che si leggono. Il tutto occhieggiando al fatto che comunque queste città nascono dalla mia idea e visione che ho di queste dieci persone, e che è quindi tacciabile di imprecisione, manchevolezza oppure travisamenti e interpretazioni soggettive”.
A proposito di Hanging Garden, un giardino pensile di alberi realizzati ancora una volta da diversi collaboratori interpellati a scegliere il proprio albero e a disegnarlo, è ancora la stessa artista che scrive: “Se da una parte è un tentativo di catalogazione delle varie specie di alberi, di enciclopedia delle mie relazioni, di antologia a sua volta sospesa fra rappresentazione del segno, dell’albero e dell’individualità che ha scelto l’albero, e che lo ha ricreato secondo il proprio personale codice”. La catalogazione iniziale, una cornice di partenza data, ancora una volta funziona come un dispositivo di cui all’inizio non è possibile prevedere gli esiti. Anche in questo caso l’artista aziona un processo potenzialmente infinito nato dalla convivenza di tante voci e tanti sguardi. Hanging Garden e le Città che aspettano nascono dalla condensazione di un flusso dinamico e ci mettono di fronte alla ricchezza che nasce dall’inclusione e dall’accoglienza delle diversità.

 

Press release for the exhibition"where pods grow before falling on earth" by Roberta Tenconi.

Galerie Davide Gallo, Berlin, 2006.

The Italian artist Rebecca Agnes recounts stories. In her works she invents fictional tales and unreal, but nevertheless infinitely possible places, and invites the viewer to participate in a journey into imaginary geographies. The language she uses to describe these worlds has a precise, almost scientific tone that recalls to the pages of old manuscripts.

The video A short trip onto the other side of the galaxy, where pods grow before falling on earth (2006) is, as its title suggests, a journey into an unknown planet to discover how the pods - kind of vegetable organisms – are born and grow. The world where the pods grow, is a sort of underwater submarine reign. Here, amoeba-like creatures settle in the pods, plants mature and flourish, spaceships and cities under geodesic glass domes suddenly appear. Here everything evolves and moves; all is unstable and precarious, so that we are always only treated to a short glance at what is happening. As in every world, there are rules: These are finely and minutely described in the light box series Galaxy,which accompanies the video. In these light boxes, all the species are analyzed and archived as if they were part of a botanical or ethnographic encyclopaedia. All their movements, differences, permutations, displacements and developments are catalogued; so that by observing and studying the light boxes we can understand how this world functions.

Rebecca Agnes uses different approaches to build up her stories. Città (Cities, 2003) consists of ten maps of unreal, hypothetical cities. They reflect the personality and the dreams of the ten people to whom these are maps dedicated and by whom they were inspired. Portraits through places, drawn with an architectural computer program. In a second phase the “owner” of each city intervenes by drawing directly on the map with a felt-pen whatever they felt was missing. In Mappa (Map, 2002) the geography of the world is subjected to a personal revision. Every place, city or continent where Rebecca Agnes has never been or that she has never had an experience of, is deleted from the map. The result is a fragmented but practised geography that reduces the world into a self-portrait, where the only places that remain are those which have been experienced directly, through Agnes’s own travels, or indirectly – through books, stories, film, dreams, or imagination. You couldn’t find, for instance, Sicily and Sardinia, but you can see the region of Uqbar narrated by Borges.
Finally, stories are also narrated in Rebecca Agnes’s collaborative embroidery works. She asks friends to make up stories and fix them by drawing them on a white cloth that she later embroiders. Even if, in these cases, Agnes gives precise and careful instructions, the result remains – like in a scientific experiment – unknown until the very end.

All these works are defined by Agnes’s slowly patient approach. Even when she uses a traditional medium such as embroidery, or an utterly modern one like a computer animation program, the same delicate and refined attitude towards narration and drawing can always be seen.

 

"Ouverture" di Valentina Sansone, Flashart Italia Nr. 258, 2006.

Come il Petit Prince della favola di Saint Exupery, i mondi ideali di Rebecca Agnes, villaggi a metà tra i desideri e la realtà, ci catapultano su pianeti irraggiungibili di disegni e ricami su larghe tele di lino, in una dimensione stellare al centro dell’universo.
Le città che ci aspettano (2003) sono città fantastiche che si alimentano di frammenti reali e della nostra fantasia, abitate da “alieni” e da forme di vita immaginifiche. Come vorresti che fosse la tua città ideale?
In occasione della sua prima personale in Italia, l’artista disegnava dieci planimetrie di città, ognuna pensata a immagine e somiglianza di una persona diversa; alle stesse persone, tutti amici o parenti, Agnes chiedeva poi di intervenire sulla “loro” città, con un disegno che aggiungesse qualsiasi particolare per loro indispensabile: un certo negozio, dei fiori, case o alberi.
Nella stessa occasione, Agnes realizzava l’installazione Hanging Garden, un verdissimo giardino di alberi di carta sospesi a mezz’aria. L’installazione è un bosco di forme di vita a metà tra l’invenzione e la realtà, di specie prese in prestito dai manuali di botanica e disegnate ancora una volta da amici; una “enciclopedia delle mie relazioni” -come ammette l’artista, che cataloga le individualità, i desideri e le invenzioni. La pratica del disegno diventa per Agnes il mezzo dell’appropriazione dei desideri e delle fantasie altrui, un gesto attraverso il quale infondere vita alle immagini visionarie di un gruppo.
In una dimensione atemporale, in luoghi sospesi e senza memoria, nascono le Storie della Ex Gea, realizzate in occasione di Assab One nel 2004, due anni dopo le Mappe che l’artista aveva realizzato già nel 2002.  
Case e navicelle spaziali spuntano come funghi da carte geografiche e planimetrie, arrivano in picchiata dalle galassie più irraggiungibili a invadere un’ex stamperia realmente esistita. I personaggi di queste storie si rincorrono su teli di lino bianco, ricami che si susseguono lungo un percorso narrativo fantascientifico; superfici bianchissime su cui si affastellano case, strade, astronavi e navicelle ricordano le “invenzioni” di Paul Noble, alleggerite dai centinaia di dettagli “fiamminghi” e che ricalcano piuttosto uno stile più marcatamente simile a un immaginario di tradizione letteraria: quello dei labirinti borgesiani, pur con rimandi alla letteratura di Ray Bradbury e Douglas Adams. “Sono arrivati molto tempo fa e mi hanno dimenticato su questo pianeta pesante / la cosa più difficile da accettare è la mia invisibilità / non ho nome perché il vostro linguaggio mi è estraneo”. Si tratta del testo che si legge su Ricamo III (2004) ma potrebbero anche essere le parole di “The Citizen of the Wrong Planet” uno dei personaggi che popolano il primo video realizzato da Agnes, Imploding Universes, No One Can See oltre che il primo lavoro realizzato con la collaborazione di JERMOZERO, che ha composto la musica anche del suo video successivo. La serie “Galaxy” (2005) si compone di nuovi dettagli Pop, nei disegni montati su light box e nel video A short trip on the other side of the galaxy, where pods groe before falling an eart  (2005): ennesimo viaggio infrastellare dove città sotto vetro sorgono ora su “funghi fluttuanti” ed è possibile, attraverso mappe dell’universo, individuare i movimenti planetari durante la fioritura dei “Pod”. L’opera trae nuovi spunti dalla tradizione fantascientifica di “Urania” aggiungendo questa volta una nota più insolita di derivazione manga e più direttamente dai lungometraggi di Hayao Miyazaki.

 

 

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